Nonostante la televisione generalista voglia farci credere che stiamo andando sempre più verso il reality, il realismo, la ripresa oggettiva e immediata della società, sappiamo bene che – al contrario - non esiste uno sguardo oggettivo. Ogni ri-presa è una presa d’atto mediata della realtà: mediata dal mezzo (dal medium), dall’operatore, e ri-definita dalla regia finale. Per la tv, come per il cinema, l’oggettività è impedita dall’inquadratura e dal montaggio, che rimandano inevitabilmente – e fortunatamente – ad una soggettività, ad un metodo, ad uno stile. Ed anche escludendo il montaggio, l’inquadratura stessa, è già una selezione, e quindi una scelta, che si opera sul reale, sul mondo. Anche la telecamera fissa di uno sportello bancario non è una visione oggettiva: è la ri-presa, la re-visione del mondo di una Banca. Ri-prende solo lo spazio in cui si incerisce il rapporto fra l’essere umano e lo sportello bancario nella sua gestualità esteriore. Ciò che è inquadrato è ciò che vogliamo far vedere, è ciò che vogliamo nascondere. Il soggetto imperante nella televisione è l’Oggetto (di consumo). Tutto ciò che passa o non passa in visione del mondo dal piccolo schermo, uomini, donne, bambini, gioie, sofferenze, giochi, guerre, è deciso dall’Oggetto. Ogni trasmissione esiste in relazione a quanti cosumatori riesce a raccogliere per essere presentati di fronte all’Oggetto. L’Oggetto dev’essere visto e poi comprato, altrimenti non c’è trasmissione che tenga. Una Serie delle nostre trasmissioni andrà direttamente al punto, all’Oggetto. Fuori della sua maschera finale, quella che sola viene solitamente presentata, che storia possiede? Qual è il lungo ed intricato percorso di ideazione, creazione, organizzazione, lavorazione, che sta dietro le spalle dell’Oggetto?